In morte dello sfoglio

Neanche il più radical chic dei dentisti metterebbe una copia di Newsweek nella sala d’attesa. Quello vecchio, forse; di certo non quel magazine lanciato da meno di tre mesi dal quarantenne direttore dell’edizione americana, Jon Meacham, con fattezze editoriali che lasciano intravedere una piccola rivoluzione culturale.
4 AGO 09
Ultimo aggiornamento: 03:58 | 20 AGO 20
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Dei primi tre mesi si può dire che a fronte di un aumento del prezzo del giornale cartaceo (5.95 dollari, uno in più della precedente edizione e del concorrente Time), e dell’aumento del costo dell’abbonamento (“prima i giornali praticamente pagavano i lettori per abbonarsi”, dice Dickey), le copertine di Newsweek sono sempre più al centro del dibattito. “Abbiamo eliminato il punto di domanda, un classico della titolazione. Ora produciamo soltanto reportage che siamo certi di poter sostenere, senza scadere nella semplice provocazione o insistere sul carattere dubitativo. Stiamo radicalizzando la differenza fra headline e real news, fra titolo provocatorio e notizia circostanziata”. Mentre il mondo dei media idolatra la semplificazione, Newsweek tenta la strada del carotaggio giornalistico, del puro distillato da una mole enorme di materia amorfa, Per il resto c’è newsweek.com. Il tutto viene confezionato dai seri professionisti sopravvissuti agli inevitabili tagli, gente come Ron Moreau, il reporter che per raccontare la storia del numero due dei talebani, il mullah Baradar, gli invia una e-mail e pubblica le risposte. Se le storie anticipano (o suggeriscono) con buona regolarità il tema caldo della settimana, è merito anche dell’inedita ripartizione dei contenuti, che raccoglie tutte le column d’opinione nelle prime pagine. “Quando apro il New York Times – dice Dickey – vado subito alle pagine di commento. Insistiamo sull’autorevolezza dei nostri editorialisti per questo: per far capire subito ai lettori che cosa pensare”.
Su questo tema Newsweek viaggia sul crinale della manipolazione. Il filosofo Silvano Petrosino per molti anni ha tenuto un corso sulla comunicazione all’Istituto per la formazione al giornalismo di Milano e nell’eccesso di inclinazione intellettuale del giornalismo vede un potenziale rischio: “Trovo che sia comunque meglio puntare a un prodotto di approfondimento – dice al Foglio – che accettare la curiosità come criterio per produrre notizie, ma ci può essere talvolta il rischio di cadere nel gossip intellettuale. E’ forte la tentazione di rendere accademica l’opinione giornalistica: nei giornali italiani capita spesso di leggere articoli scritti da professori che in quanto tali sembrano più titolati ad avere un’opinione; all’estero la pressione del mondo universitario non è così forte, ma può succedere che la classe giornalistica si comporti a sua volta come un’accademia. L’ideale non è l’assenza di opinione, ma riuscire a dare le ragioni di un’opinione con una cifra giornalistica”. Uno sforzo culturale in cui Newsweek si è avventurato sfidando un certo numero di luoghi comuni e risolvendosi infine per la strada più scoscesa. Vedremo se la rivoluzione pensante sarà abbastanza tenace da formare una classe di dentisti intellettuali.